Giorni di un tenero grido di sole...

lunedì 18 aprile 2005

Ho passato molto tempo della mia vita a pensare. Pensavo, pensavo, pensavo, che cavolo mi pensavo non lo so : ) Sono stato fin da piccolo un grande sognatore, e ho passato giorni interi in un posto che veniva chiamata La cava. Un posto che sta sui colli pescaresi, vicino dove abitavo. Ci andavo spesso perchè dal quel posto si vedeva tutta la città. Un panorama grandissimo per me. Potevo verdere cosa c'era oltre gli scogli, qual'era il confine. E li ho passato ore interminabili a cercare di dividere il cielo dal mare a leggere i fumetti, a cantare, a cercare di suonare la chitarra. Ho condiviso i primi amori con quel posto, alcuni piccoli dolori e ci sono sempre tornato nel corso degli anni. Li ho imparato ad apprezzare il vento. Stando li da solo a pensare, l'unica cosa che mi faceva compagnia era il vento. Spesso soffiava così forte che dovevo poggiare il motorino per terra per non farlo cadere e usarlo come riparo. Il vento mi ha sempre affascinato. C'è ma non si vede, è un trucco che sposta alberi e foglie e che si diverte a fare i dispetti. A dare vita a un foglio di carta e consistenza a chi come me spesso si sentiva solo. Perchè il vento fa muovere tutto e ti sbatte anche addosso. E ti rende tangibile anche se ti sembra incredibile. Oggi quel posto regala qualche emozione a chissà chi, ci hanno costruito una villa ed è ovviamente inaccessibile. Ma un ultimo insegnamento me lo ha dato. Ho immaginato quella collina come un hangar dal quale spiccare il volo, oppure come un porto di mare e nessuno può capire un porto se non sa il mare che cos'è. E allora via per altri posti, altre emozioni, nuove storie d'amore, di amicizia. Ora quando ripasso per quella strada capisco cos'è un porto.
Non potrò mai dimenticare quando un giorno ero li, sdraiato sul motorino come se fosse la brandina di un cow-boy, a suonare la chitarra, quando ad un certo punto passa uno straniero, un polacco credo. Che con qualche gesto mi ha chiesto se poteva fotografarmi mentre suonavo. Probabilmente era uno di quei polacchi che vendevano obiettivi e macchine fotografiche in bancarelle fuori dallo stadio.

Non potrò mai dimenticare quelle corde, quel vento, i click e quel tipo che mi girava intorno.

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